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La gitarella se la sono dovuta sorbire in tanti. Anche De Gasperi, Andreotti, Berlusconi, solo per fare qualche nome, sono dovuti andare negli Usa per tranquillizzare l’opinione pubblica americana sul loro operato e sui cambi di guardia (anche eventuali) del nostro Paese. Gli Usa hanno sempre ascoltato quel che avevano da dire per motivi logistici: considerano l’Italia una grande “portaerei” che può scrutare molto da vicino quanto accade nelle aree calde del Medio Oriente e dell’Africa. Il salto negli States di Luigi Di Maio deve essere considerato alla stessa stregua degli altri: il tradizionale pellegrinaggio che ogni premier o candidato premier italiano deve fare per potersi accreditare con la più grande potenza politica ed economica del pianeta.

Se si analizzano i discorsi fatti sino a qualche settimana fa dal gota stellato, il viaggio di Di Maio deve essere considerato un passo indietro (o in avanti, per altri punti di vista) rispetto a quanto da loro è stato affermato più volte, e cioè che gli Usa incarnano il male: perché più di altri rappresentano il 'sistema' capitalista (per altri imperialista), e proprio per questo non sono mai stati troppo amati dalla base grillina. Senza gli Usa però non si va da nessuna parte, ecco dunque il pellegrinaggio a Washington per accreditare sul palcoscenico internazionale se stesso come leader e il M5s come prima forza di governo dopo il successo in Sicilia.

Anche gli altri motivi che hanno determinato il viaggio sono ovvi: vanno dalla conferma della partnership economica e commerciale al Patto Atlantico (che conserva risvolti di geopolitica che militari, anche dopo la caduta del Muro di Berlino). Finora il M5s si era dimostrato equidistante dalle varie potenze, anzi a volte più vicino alla Russia di Putin che agli Usa di Obama. Non solo, aveva più volte criticato la Nato e ha fatto della sua immagine antisistema il suo cavallo di battaglia. Per presentare il M5s Di Maio ha avuto subito un "lungo" colloquio al dipartimento di stato con Conrad Tribble, vice assistente del segretario di stato per gli affari europei.

"Il dipartimento di stato ha espresso apprezzamento per le nostre posizioni, abbiamo eliminato le demonizzazioni del movimento sulla politica estera", ha commentato. Poi, sempre accompagnato dall'ambasciatore italiano a Washington Armando Varricchio, ha avuto alcuni incontri bipartisan a Capitol Hill, dove si sta discutendo la riforma fiscale di Trump che il M5S "vorrebbe riprodurre anche in Italia, abbattendo le tasse sulle imprese". Tra gli esponenti di spicco l'italo-americano Steve Scalise, numero tre dei repubblicani alla Camera. “Esco da questi colloqui molto soddisfatto, soprattutto per la cordiale accoglienza che abbiamo ricevuto e per l’interesse sincero che i rappresentanti del governo americano e lo stesso Scalise hanno manifestato nei confronti del M5s e delle nostre proposte”, ha scritto Di Maio sul blog di Grillo.

In agenda anche il deputato Francis Rooney, ex ambasciatore Usa presso la Santa Sede dal 2005 al 2008. Spazio pure ai dem, con il liberale Eliot Engel e Albio Sires, della commissione esteri della Camera. A suggellare la visita una tavola rotonda in ambasciata con esponenti italiani del settore biomedico e un incontro con rappresentanti italiani delle istituzioni finanziarie in Usa. Di Maio ha anche spiegato agli interlocutori americani che gli Usa saranno “alleati” privilegiati anche se in Italia dovesse esserci un governo a guida M5s, ma allo stesso tempo ha spiegato che saranno rinnovati anche i rapporti con la Russia "interlocutore storico", perché i 5 stelle “non è isolazionista né filorusso”.

Inoltre ha anche ribadito che l’Italia resterebbe comunque nella Ue ma ridiscutendo alcuni trattati e il tetto del 3% del deficit, fedeltà alla Nato ma senza spendere 14 miliardi in più in armamenti, ritiro dall' Afghanistan ma ok alle missioni di pace: sono queste, in sintesi, le linee guida della politica estera del M5S, illustrate al dipartimento di Stato e al Congresso Usa. Di Maio tenta di rassicurare su Ue, Nato, missioni militari all' estero e Russia ma mettendo dei paletti che evidenziano evidenti dissonanze con l'amministrazione Trump.

La prima è sulla Nato: "abbiamo sempre detto che il nostro obiettivo è restare nella Nato ma abbiamo perplessità sulla spesa al 2% del Pil in armamenti", come chiede il presidente americano. Di Maio preferirebbe "avviare dei progetti in ottica di sicurezza per rafforzare l'intelligence, investimenti in innovazione che possano anche essere partnership esclusive con gli Stati Uniti". In ogni caso "quando si prendono decisioni in Italia che riguardano la Nato, il Parlamento deve avere più potere", mentre "qualsiasi messa in discussione della basi americane deve essere legata a un dialogo con gli Stati Uniti".

La seconda è l'Afghanistan: "su questa missione siamo sempre stati chiari. E' un intervento insostenibile per la spesa pubblica italiana", afferma, ma si affretta a precisare che "non siamo pregiudizialmente contro missioni di pace all'estero, specialmente quelle a guida italiana che hanno reso lustro alle nostre truppe". Il terzo motivo di contrasto è la revoca delle sanzioni alla Russia: per Di Maio sono uno strumento la cui efficacia è da verificare e che finora ha solo penalizzato le aziende italiane. Ma il leader pentastellato vuole fugare ogni sospetto di collusione con Mosca: "rifiutiamo qualsiasi tipo di aiuto da parte di stati esteri che vogliano condizionare le elezioni politiche italiane, abbiamo rifiutato i rimborsi elettorali, i finanziamenti dai grandi gruppi industriali, figuriamoci se non rifiutiamo questo genere di condizionamenti", ha garantito.

L’altro tema caro agli americani è Silvio Berlusconi. “Vogliono sapere – si legge nel Corriere – se l’Italia sarà di nuovo guidata da una coalizione di centrodestra ispirata da Silvio Berlusconi e chi sono i suoi veri concorrenti. Di Maio ha detto a Tribble che «in Sicilia i Cinque Stelle sono stati penalizzati dalle particolarità della legge elettorale regionale», ma che «tra tre mesi e mezzo, a livello nazionale, il Movimento è nelle condizioni di vincere e andare al governo».

Il realismo sta contraddistinguendo la nuova leadership del movimento e non è un caso che il Wall Street Journal, spesso considerato il giornale dei poteri forti, abbia salutato l'elezione di Di Maio alla guida del M5S come la scelta di un "candidato moderato" da parte di un partito finora anti establishment. Di diverso avviso il New York Times, che lo demolisce Di Maio: “Non ha finito gli studi, non lavora”. Ci sta. Il nuovo leader grillino sa che nella sua corsa per Palazzo Chigi deve avere alleati o perlomeno non deve ad avere nemici troppo potenti. Il tour estero di Luigi Di Maio per presentarsi come candidato premier del M5S e spiegare gli obiettivi del Movimento proseguirà in alcuni Paesi europei, tra cui Germania e Francia.

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