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Immaginate di poter lasciare la vostra firma virtuale su un monumento. Oppure di girare per una città giocando con le opere o le installazioni artistiche. O ancora di avere in tempo reale tutte le informazioni sugli orari di apertura di un museo, semplicemente scrivendo a un operatore su Facebook. Sono tutte idee già diventate realtà nei musei italiani. Modi diversi di rispondere alla stessa domanda: come si può comunicare il patrimonio culturale e come lo si può fare su internet?

Se ne parlerà in questi giorni fra Urbino, Pesaro e Fano, durante la quinta edizione del Festival del giornalismo culturale. L’osservatorio News-Italia dell’Università di Urbino ha promosso una ricerca che ha coinvolto un campione di cittadini italiani e alcune figure chiave che si occupano di comunicazione nei musei. Metà degli intervistati ancora si informa su mostre e musei con i media “tradizionali”, come i materiali promozionali cartacei, la televisione o i periodici. Eppure sono proprio i musei a credere sempre di più nelle nuove frontiere del digitale, anche se per ora è il modo per informarsi scelto da un terzo di potenziali visitatori.

«In realtà con i social riusciamo a raggiungere a costo zero un tipo di pubblico che prima non potevamo coinvolgere – spiega Elisa Tessaro, responsabile dei social per il Muse, il museo delle scienze di Trento –. Partiamo da Facebook e poi il resto lo fa il passaparola. Penso ai giovani, ai gruppi di amici che non sono abituati a frequentare i musei o a chi non è della nostra città». Funziona soprattutto per iniziative originali: come il “delitto al museo”, una cena-spettacolo che sarà promossa con un trailer in stile hollywoodiano.

Facebook, YouTube o Instagram?

Il social più utilizzato dal pubblico dei musei per informarsi è Facebook (28%). Seguono YouTube (15%), Instagram (9%), Pinterest (8%) e Twitter (5%). Ma non tutti utilizzano i social allo stesso modo. Il Museo egizio di Torino ad esempio trasmette in streaming su Facebook tutte le conferenze tenute nelle sue sale: «Così possiamo raggiungere un pubblico molto vasto di interessati, di studiosi o anche di curiosi che vogliono conoscere da vicino l’egittologia – dice Paola Mitossi, responsabile della comunicazione –. Abbiamo realizzato anche una campagna in lingua araba destinata ai nuovi italiani provenienti dall’Egitto e dal nord Africa, utilizzando i canali digitali molto frequentati da queste comunità».

«Il Museo Egizio ha profili ufficiali su Facebook, Twitter e Instagram – aggiunge Mitossi –. Per ognuno utilizziamo strategie diversificate per raggiungere questi obiettivi: attrarre nuovi pubblici, far conoscere la collezione, raccontare la vita del Museo, parlare della ricerca, comunicando anche gli eventi e le iniziative che vengono organizzate dalla nostra istituzione».

«Finora abbiamo utilizzato i social soprattutto per dare informazioni ai nostri visitatori – dice Elisa Maria Cerra, responsabile comunicazione del Museo d’arte moderna di Bologna –. In futuro vorremmo usare Facebook come se fosse un’estensione fisica del museo, come una vera e propria sala espositiva virtuale. Pubblicheremo alcune delle nostre opere, faremo vedere i backstage delle mostre, faremo conoscere le professioni museali che normalmente sono sconosciute al grande pubblico».

All’Opera del Duomo di Firenze sono andati anche oltre. «Avevamo un problema: le firme e i messaggi lasciati dai turisti sui muri dei nostri monumenti – spiega la responsabile della comunicazione Alice Filipponi –. Abbiamo creato “Autography”, un’app che permette di lasciare messaggi sulle superfici degli stessi monumenti, ma tutto in virtuale». Ha funzionato: i turisti non scrivono più sui muri ma sui tablet.

Figure professionali

In tutti i musei coinvolti nella ricerca dell’Università di Urbino ci sono professionisti che si occupano di comunicazione: le specificità sono diverse in base alle dimensioni del museo, alle abitudini e alla natura pubblica o privata dell’istituzione. Spesso però questo ruolo non è occupato da esperti in comunicazione museale.

Per di più, chi gestisce i profili dei musei sui social media non ha quasi mai seguito un percorso formativo ad hoc. È diverso da quanto succede in altri paesi europei o negli Stati Uniti, dove c’è un’attenzione maggiore alla formazione di queste figure professionali e al loro inserimento nei musei. Forse anche per questo in Italia il pubblico è ancora abituato a cercare nei media tradizionali le informazioni su musei e mostre. Di fatto mettendo in secondo piano, almeno per il momento, le potenzialità del digitale.

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