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La deposizione della leggenda è un quadro triste che nulla toglie alla carriera di Bolt, ma al suo addio sì. Oggi ricompare allo stadio per il premio al valore: "Non era così che me l'ero immaginata, torno a salutare questo pubblico magnifico". Ieri si è rialzato a fatica dalla pista, sollevato dai compagni affranti che hanno scortato la loro bandiera fuori dallo stadio.

Crampi. Come un calciatore oltre il 180esimo minuto, oltre i supplementari di una corsa che in realtà è finita a Rio. Bolt è arrivato con la schiena a pezzi, con meno allenamenti, con poche gare, con tempi alti. Era abituato ad affidare al suo ineguagliabile talento la magia del recupero, l'arte del riassemblaggio per i 100 metri che contano, solo che qui tutto è rimasto come era: la forma precaria, gli acciacchi, l'età. Dopo il bronzo in apertura si è bloccato durante la staffetta. Nel giorno programmato per la festa.


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Colpa del freddo, dice la Giamaica infuriata. E in effetti nemmeno gli Usa, che hanno chiuso con l'argento battuti dalla Gran Bretagna, hanno apprezzato i 40 minuti di attesa nella camera di chiamata mentre Mo Farah, sconfitto pure lui, trainava la famiglia sul podio. "Dopo il warm up ci hanno lasciato per un tempo infinito al gelo, eravamo già senza tuta. Due premiazioni lunghissime prima della 4×100… Non è questo il modo di trattare chi ha fatto grande questo sport", il compagno di allenamento e di squadra Blake alza la voce per la difesa di ufficio. Il rivale Gatlin, che è più vecchio di Usain, constata: "Ci siamo svestiti troppo presto. Sapevo che a qualcuno poteva succedere qualcosa di brutto". Bolt dice solo: "Non era il modo in cui volevo chiudere. Mi dispiace, ho dato tutto quel che avevo". Forse di più, ha tirato la carriera oltre il limite, oltre i supplementari. Il tempo dei rigori poi è crudele, basta una traversa, basta un crampo per finire lungo disteso sopra la gloria.


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