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Accanto ai pochi residuati stalinisti confessi, in difesa di Maduro sono scesi in campo dei raffinati intellettuali, che tuttavia hanno finito sempre per ricorrere ad alcune tecniche che erano servite in passato a rintuzzare le critiche da sinistra a quello che pretendeva di essere il «socialismo reale», cioè «l’unico esistente e quindi l’unico possibile».

La prima di queste tecniche era ricoprire il grigiore del presente con il mantello rosso della gloriosa rivoluzione d’Ottobre, sorvolando sulla cesura introdotta con lo sterminio dell’80% dei suoi dirigenti. Più modestamente gli attuali apologeti di Maduro continuano a citare alla rinfusa gli interventi (non strutturali, ma seriamente assistenziali) fatti negli anni immediatamente successivi al 2002, dopo la radicalizzazione dello scontro e dello stesso Chávez provocata dal tentativo di colpo di Stato, ma sorvolano sulla loro riduzione successiva in parte dovuta al mutato contesto economico internazionale ma in parte a scelte sbagliate dello stesso ultimo Chávez, su cui ritornerò.

Ma l’espediente principale, oltre a creare una vera e propria paranoia di una CIA onnipresente e onnipotente, descritta elencando episodi con cause particolari, accostando periodi diversi e orientamenti diversissimi nel tempo dei vertici degli Stati Uniti per condannare come complice degli USA chiunque oggi critichi (da destra o da sinistra poco gli importa) un governo “progressista”, si basa su una mistificazione di fondo: nascondere gli argomenti di tutte quelle opposizioni nate in seno al chavismo, e che si riferiscono ancora a Chávez, riallacciandosi ai discorsi in cui negli ultimi due o tre anni di vita denunciava la corruzione (senza esito, perché non osava toccarne la cupola, del tutto interna all’area di governo e ai militari), e preannunciava una svolta, un “colpo di timone”.

Altro espediente classico derivato dallo stalinismo è presentare in modo caricaturale le critiche a Maduro. Possibilmente scegliendo per la polemica un giornalista ignorante che parla a vanvera di dittatura, o qualche esponente della MUD vittimista ed esagitato. Gennaro Carotenuto ad esempio oggi se la cava dicendo: che razza di dittatura è se poi indice elezioni a cui una parte dell’opposizione crede utile partecipare? Vedi qui. Io ho sempre evitato il termine dittatura, e mi pare che anche come regime autoritario sia piuttosto inefficace, se non riesce a prendere nemmeno il poliziotto-attore in fuga con l’elicottero munito di petardi, o la decina di militari che hanno tentato di occupare un forte. Non è una dittatura, ma questo non toglie che ha organizzato un’elezione truffaldina di cui il vertice del PSUV ha fissato regole, suddivisione dei collegi, e perfino le tecniche di votazione, mutate rispetto a quelle tradizionali, in modo di consentire a un elettore di votare più volte in vari seggi, data l’eliminazione dell’inchiostro indelebile sulle dita e dei registri cartacei, e la chiusura di moltissimi seggi perché, contrariamente a quanto ripetuto dai maduristi di casa nostra, le proteste investono molte città e anche quartieri un tempo chavisti di Caracas come Petare.

Non è un atto dittatoriale, quindi, ma una furbizia da democristiani dei nostri anni Cinquanta… Non mi sembra quindi decente giustificarla, e tacere sull’altra traccia dell’influenza del tardostalinismo: liquidare le critiche di Luisa Ortega, massima carica giudiziaria, chavista da una vita, come segno di alterazione mentale. “La faremo interdire per manifesta incapacità di intendere”, ha dichiarato subito Diosdado Cabello… Poi hanno inventato un’assemblea costituente eletta senza nessun controllo esterno al PSUV che ha risolto (credono) tutti i problemi, e che l’ha destituita.

Quanto ai due “tentativi insurrezionali” non ho gli elementi per accogliere o respingere l’ipotesi, fatta da più parti in Venezuela, che potessero essere due sceneggiate da usare a scopo propagandistico. Ma posso domandarmi se è credibile considerare i due episodi come il risultato di una scelta cosciente dei servizi segreti degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Spagna, della Colombia, ecc. come hanno affermato a più riprese Diosdado Cabello e Nicolás Maduro? Come minimo si dovrebbe concludere che la montagna ha partorito un topolino.

È assurdo, ma bisogna ricorrere all’organo della Confindustria ( Vedi qui) per capire che da un pezzo anche la politica assistenziale che veniva scambiata per socialismo (ora pochi ammettono di averlo fatto, ma era così) si era ridotta, in Venezuela come in Brasile, non per fatale effetto della forte riduzione del prezzo del petrolio, ma per la combinazione tra questo crollo e le scelte sbagliate sia di Lula-Dilma, sia dell’ultimo Chávez e di Maduro. In entrambi i casi le risorse del petrolio negli anni d’oro dei prezzi alle stelle erano state usate per tentare (con scarsi risultati) di comprarsi l’appoggio della borghesia locale, in contanti nel caso brasiliano, con elargizioni di permessi di cambio senza controllo in quello venezuelano. Lo stesso Lenzi sul Sole 24 ore, osserva:

Se il Governo venezuelano avesse operato in tutti questi anni per costituire, al pari di molti altri Paesi petroliferi, un fondo sovrano in riserve o altre attività internazionali, avrebbe disponibilità per far ampiamente fronte agli impegni con l’estero. Avrebbe inoltre ricevuto maggiori flussi di redditi primari in grado di smussare (per quanto possibile) le fluttuazioni del conto merci. Viceversa si è consentito che venissero accumulate dal settore privato non finanziario ampie disponibilità estere (oltre 170 miliardi di dollari) che non possono essere immediatamente utilizzate per onorare i debiti esteri del Governo e del settore finanziario e che forniscono redditi in valuta internazionale ai soli detentori. Tutto questo però non ha niente a che vedere con il prezzo del petrolio e con le fluttuazioni sulle variabili economiche interne che esso genera. Ha a che vedere con il modo nel quale si ripartiscono le risorse trai vari agenti economici e dipendono pertanto da precise scelte interne alla società ed alla politica del Venezuela. Da questo punto di vista la politica economica populista di Chávez e Maduro si è rivelata molto simile a quella del tanto odiato Pérez. Forse maggiormente redistributiva all’inizio, quando il prezzo del petrolio lo permetteva, ma ugualmente a tutela degli interessi delle élite quando il petrolio non lo ha più permesso. [I corsivi sono miei]

La maggior parte dei venezuelani chavisti oggi oppositori di Maduro non gli rimproverano solo le forzature delle istituzioni e le violazioni sostanziali della costituzione voluta da Chávez ed emendata successivamente per suo volere ma con procedura ineccepibile, ma l’adattamento alle multinazionali, la cessione di bond scontatissimi alla Goldman Sachs, l’impoverimento crescente della popolazione, l’aumento delle infermità dovute alla scarsità di medicinali importati.

Ma a questo non rispondono i difensori acritici del governo. Hanno accettato la prima bugia su cui si reggono Maduro, Cabello e il capo dei militari Padrino: l’opposizione è presentata in blocco come fascista o nazista. Così si stupiscono se diverse delle correnti borghesi riformiste che fanno parte del grande ed eterogeneo cartello della MUD pensano di utilizzare comunque l’offerta di fare finalmente a fine anno le elezioni amministrative che si dovevano svolgere nel 2016. Quindi non è una dittatura, esclama soddisfatto Carotenuto. Non è una dittatura, ma un regime fragile e corrotto che insulta in blocco gli oppositori, ignora quelli di sinistra e che provengono dalle file del chavismo. Potrebbero anche ammettere che non tutta la MUD è nazista (dato che se lo fosse davvero, andrebbe veramente combattuta con ogni mezzo). Ma non lo fanno. La scelta di partecipare a elezioni anche senza garanzie è tipica di riformisti borghesi che sono una delle componenti della MUD. Se per questo, anche un pezzo di Marea socialista si è staccata per cercare (senza successo) uno spazietto nella costituente, come hanno fatto altri gruppetti di sinistra elettoralista disposti a tutto pur di partecipare a un voto. Se si illudono, peggio per loro, ma le loro scelte non provano niente. Se per questo una buona fetta del Partido Socialista Popular (nome del PC cubano) voleva partecipare alle elezioni truffa indette da Batista (che dittatore era veramente) due mesi prima di fuggire dall’isola. La loro partecipazione non diceva molto sulla democraticità di Batista, ma moltissimo sull’ossessione elettoralista di certi settori “comunisti” diventati disinvoltamente interclassisti dall’epoca dei Fronti Popolari in poi…

A differenza di quelli che non esitano a presentare in modo offensivo e caricaturale gli avversari, non considero stalinisti tutti i difensori acritici di Maduro. E nemmeno Maduro è stalinista (a parte la ricostruzione del suo passato di sindacalista presentato come “operaio”, che ricorda quanto accadeva nello stesso PCI, in cui ancora negli anni Sessanta figuravano nelle biografie ufficiali come “operai” alcuni dirigenti come D’Onofrio che avevano lavorato qualche mese in fabbrica quarant’anni prima). È semplicemente privo di una cultura classista (ha fatto parte a lungo di una setta religiosa orientale anche dopo aver cominciato l’ascesa politica) ed è appoggiato da un massiccio apparato propagandistico reclutato tra gli orfani del “socialismo reale”. Ma il regime non è stalinista, è un normale capitalismo di Stato diretto da un gruppo dirigente non particolarmente lungimirante, e sorretto da quel poco che resiste del sistema di alleanze “bolivariane” concepito da Chavez. Persi Argentina e Brasile, e avvolti in varie contraddizioni alcuni amici sinceri come Ecuador e Bolivia, e altri tiepidi come l’Uruguay, a difendere Maduro restano alcuni staterelli caraibici come Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, conquistati da Chávez a suo tempo con generose forniture di petrolio, ma decisamente poco influenti, e soprattutto la coppia Nicaragua-Cuba, che hanno la particolarità di essere, insieme a Venezuela, Corea del Nord e Afghanistan, i soli paesi che hanno riconosciuto il dubbio referendum organizzato da Putin in Crimea. E che oggi hanno nella Russia la sola protettrice, non sempre a costo zero…

Questo a livello di Stati. Ma esiste una rete di sostegno che è impegnata in America Latina in una appassionata propaganda a favore di Assad e contro quella che chiamano “la leggenda delle primavere arabe”, che raccoglie molti ex militanti comunisti e non aiuta certo a distinguere nei processi in corso. Non ci sono solo i resti organizzati (ridotti ai minimi termini) dei PC, o i castristi in senso stretto, ma c’è un’area larga tenuta insieme con forti elementi ideologici. Rolando Astarita ha osservato in proposito che in Argentina (dove vive) “migliaia di militanti ex PC mantengono gli elementi base che si sono bevuti per decenni, e oggi fanno parte della base militante del kirchnerismo”. Per i lettori più giovani, ricordo che il PCA aveva trovato “progressista” perfino la dittatura di Videla, solo perché mentre assassinava decine di migliaia di giovani faceva buoni affari con l’URSS. Anche Che Guevara aveva bollato severamente l’opportunismo interclassista del pc del suo paese di origine. Ma Guevara è lontano, dimenticato o imbalsamato come “guerrigliero eroico”, mentre l’influenza ideologica indiretta dello stalinismo è viva, anche se veicolata dal nazionalismo e dallo statalismo borghese che hanno caratterizzato il “progressismo”. Astarita conclude il suo intervento così:

Tutto questo spiega la facilità con cui oggi la maggior parte della sinistra difende il regime di Maduro, nonostante il disastro umanitario che colpisce il Venezuela. Sono dirigenti e militanti che adottano con la massima naturalezza la politica stalinista che è stata tradizione in America Latina, pur non ammettendolo formalmente. Ma sono soprattutto caratteristici lo spostamento in un secondo piano della contraddizione capitale-lavoro; il soffocamento burocratico dell’organizzazione indipendente della classe operaia; l’appoggio al capitalismo di Stato e alle “forze armate patriottiche” associate; l’esaltazione nazionalista senza limiti. Inoltre i metodi si adattano a questo programma: la menzogna e la manipolazione; la calunnia per spezzare e mettere a tacere i critici; e, nella misura in cui il rapporto di forze lo consente, l’aperta represione dei dissidenti. In definitiva lo stalinismo, in quanto politica e pratica, è stato lontano dalla sparire con la caduta dell’URSS, almeno in America Latina.

Purtroppo non solo in America Latina. Per questo questa battaglia sull’interpretazione della crisi venezuelana è così importante. (a.m.)

Foto: MARQUINAM/Flickr

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