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La presenza del Centro di identificazione e esplusione a Bari reca un danno di immagine al Comune "in conseguenza dei trattamenti inumani e degradanti praticati in danno dei detenuti" nel Cie. Per questo la prima sezione civile del Tribunale di Bari ha condannato la Presidenza del Consiglio e il ministero dell'Interno a versare un risarcimento di 30mila euro. La sentenza, firmata dal giudice monocratico Concetta Potito, è stata pronunciata su ricorso degli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, che hanno agito 'in sostituzione' del Comune e della Provincia di Bari.

"Il Cie di Bari – scrive il giudice nelle motivazioni – viste le risultanze probatorie, non risulta di certo idoneo all'assistenza dello straniero e alla piena tutela della sua dignità in quanto essere umano. Il risarcimento è ritenuto necessario per via dell'ingente danno arrecato alla comunità territoriale tutta, da sempre storicamente dimostratasi aperta all'ospitalità, per via delle scelte gestionali dell'Amministrazione statale. Quest'ultima – secondo il giudice – è rimasta inerte dinanzi alle numerose segnalazioni circa le condizioni in cui versavano gli immigrati del Cie, nonchè dinanzi a richieste di verifica delle condizioni igienico-sanitarie del Centro".

La sentenza rimarca che "il danno all'immagine si giustifica alla luce di quella che è una normale identificazione, storicamente provata, tra luoghi ove si perpetrano violazioni dei diritti della persona e il territorio che li ospita". Il giudice indica alcuni esempi: "Si pensi ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell'Olocausto – osserva il magistrato – e non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze. Ma si pensi anche a Guantanamo, ad Alcatraz: istintivamente il pensiero corre subito e soltanto ai noti luoghi di prigionia di massima sicurezza, e non certo alla base navale nell'isola di Cuba all'interno della quale il primo è ubicato, né tantomeno all'isola nella baia di San Francisco ove era sito il carcere".

Anche in Italia si trovano esempi, come Lampedusa, il cui nome – afferma il giudice citando una precedente ordinanza del 3-9 gennaio 2014, "ormai evoca immediatamente più 'la parte', vale a dire il campo profughi che vi è ospitato (insieme con i periodici e per lo più drammatici approdi di migranti dal mare e con i fatti anche luttuosi o 'scandalosi' che vi sono accaduti e vi accadono) che il 'tutto', e cioè l'isola protesa nel Mediterraneo".

Nel loro ricorso gli avvocati Paccioni e

Carlucci avevano anche chiesto al giudice di ordinare la chiusura del Cie di Bari. Su questo però il magistrato ha ritenuto "inutile" pronunciarsi, essendo il Cie già chiuso. Inoltre, i due legali avevano chiesto un risarcimento del danno "per la violazione dei diritti umani all'interno del Cie". Anche su questo, il giudice non si è pronunciato perché ha ritenuto che la richiesta avrebbe dovuto essere avanzata dalle persone ristrette nel Cie.Articolo Originale

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