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AHARON Appelfeld, 85 anni, è a casa sua, a Gerusalemme, e fatica a parlare a causa di una recente frattura alla gamba. Ma la sua voce, nonostante tutto, batte forte come il suo cuore. Sfuggito alla furia nazista da bambino e arrivato da profugo a Napoli dopo la Seconda guerra mondiale prima di trasferirsi in Israele, Appelfeld è coscienza e memoria viva di Israele, dell'Olocausto e di tutte le barbarie del mondo cui è sopravvissuto. La sua vita è un drammatico romanzo, anzi molti romanzi, come tutti quelli che ha pubblicato nei decenni in ebraico, di Il ragazzo che voleva dormire a Badenheim 1939, fino all'ultimo Il Partigiano Edmond (pubblicati da Guanda). Appelfeld, il "figlio dello spaesamento" come l'ha definito Philip Roth, segue con interesse la politica israeliana e palestinese, che oggi attraversano un momento particolare. Come il presidente Abu Mazen, che da tempo non sembra più controllare l'Autorità palestinese e perde sempre più consenso, il premier israeliano Netanyahu per la prima volta sembra in grossa difficoltà: regali ricevuti (tra cui sigari e champagne di classe da imprenditori e produttori) che i magistrati sospettano siano il prezzo di suoi favori politici, manovre atte a "sfavorire i media a lui ostili", ex collaboratori nei guai per corruzione e truffa.

Appelfeld, in Israele, dopo tre mandati consecutivi, ci si chiede: "C'è vita oltre "Bibi"?"
"Tutti i politici possono essere sostituiti nella vita, anche Netanyahu. Certo, Bibi ha fatto delle cose non consone: un primo ministro non dovrebbe accettare regali di ogni sorta. Ma certo, dire che è un criminale ce ne passa".

C'è davvero una caccia alle streghe, come dice il premier?
"Le accuse contro di lui sono state di sicuro esagerate da diversi giornalisti, cui non piace un uomo forte come Netanyahu. Che non è un tiranno, come dicono".

E se dovesse comunque cadere? Alcuni in Israele temono il caos, visto che non ci sono altre figure per colmare il vuoto politico che lascerebbe.
"Non ci sarà alcun caos. Israele è una democrazia parlamentare solida, anche se il Paese è diviso a livello politico. Non temo l'estrema destra di Bennett e Lieberman. Dopo Netanyahu, verrà un governo di centro che metterà d'accordo più partiti. In Israele conosciamo bene l'arte del compromesso politico".

Compromesso che però non si riesce a trovare con i palestinesi, il cui leader, Abu Mazen, è tra l'altro in grossa difficoltà.
"È vero, non ci sono leader in salute oggi, neanche in Israele. Ma in questa lunghissima questione israeliani e palestinesi possono fare comunque ben poco da soli, qualunque leader li guidi, forte o debole che sia, come la Storia ci ha dimostrato. Solo gli Stati Uniti possono aiutarci".

Però l'America di Trump non sembra avere le idee chiare, come si è visto sul dibattito dei due stati e il ping pong sul trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme.
"Ha ragione, l'America oggi non è un Paese stabile. Ma resta l'unica nazione che può rimetterci sulla strada della razionalità, come in Cisgiordania, dove da solo Israele non ha le capacità né economiche né umane di trovare un accordo sulle colonie. E aspetterei a giudicare Trump".

Perché?
"La sua caratura potremo giudicarla solo tra qualche anno. E poi, vista l'instabilità generale dell'area, stavolta ci saranno anche Paesi arabi interessati alla pace tra Israele e Palestina".

Con quale soluzione? Una o due Stati?
"Non conta, per me possono essere anche tre, se consideriamo i palestinesi in Giordania".

La Turchia e altri stanno cercando di approfittare delle esitazioni americane.
"È vero. Io spero solo che queste intromissioni non favoriscano gli attentati di gruppi terroristici come Hamas".

Appelfeld, lei è ottimista sul futuro di Israele e dei palestinesi?
"Assolutamente sì. Lo dico per mia esperienza di vita, ma non solo. Israele, se non avesse la speranza, non resisterebbe neanche una settimana".

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