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SALUTE – Mustafa Muhammad è un 50enne padre di dieci figli che vive nella periferia di Kano, la seconda città più grande della Nigeria. Ogni mese spende circa 3 dollari per i farmaci per la sua famiglia. “Per lo più comprando paracetamolo”, spiega a giornalista Paul Webster sulle pagine di The Lancet, “per gestire la malaria e come antidolorifico”. I medicinali, afferma Mustafa, provengono da uno dei numerosi fornitori di medicinali del luogo senza licenza, conosciuti localmente come “drug shop”, negozi di farmaci, che però non sono farmacie, dal momento che non vi è nessun farmacista titolato, o comunque nessun personale medico formato e autorizzato a vendere medicinali. “Ci sono anche delle farmacie andando un po’ più lontano”, continua Mustafa, “ma lì il prezzo è circa un terzo superiore rispetto a questi negozi e quindi la gente preferisce acquistare i farmaci qui”. Con in rischio – evidentemente – di non avere garanzie circa la qualità dei medicinali acquistati, degli eventuali consulti sulle prescrizioni, ma con il vantaggio di poter accedere più facilmente a ciò di cui si ha bisogno, soprattutto riguardo alla malaria.

La Nigeria è il tredicesimo Paese più povero del mondo, con il 70% della popolazione che vive in povertà. La malaria, la polmonite e la diarrea causano la morte di quasi un milione di bambini sotto i 5 anni di età ogni anno, e dal momento che circa la metà dei nigeriani vive in zone rurali, l’accesso ai servizi sanitari rimane limitato e la popolazione si serve nei circa 200 000 drug shop non autorizzati, un numero elevatissimo se confrontato con le 2600 farmacie che possiedono la licenza di vedere farmaci e i cui proprietari sono realmente formati per farlo. Sebbene i proprietari di questi negozi siano legalmente obbligati a completare la scuola elementare, solo il 47% di essi – riporta The Lancet – ha dichiarato di aver completato la scuola secondaria e il 37% ha frequentato l’istruzione post-secondaria. Solo 39% dei proprietari ha ricevuto una qualche forma di formazione in ambito sanitario e, fra questi, il 13% è stato formato come infermiere o ostetrico, il 3% come farmacista, il 2% come tecnico di laboratorio e solo l’1% come medico.

Si tratta di un problema complesso. Da un lato i drug shop espongono gli abitanti al rischio di ricevere una consulenza potenzialmente dannosa per la propria salute, o farmaci non sicuri, ma è anche vero che rappresentano un’alternativa importante alla rinuncia alle cure. In molti casi anche un consiglio per l’assunzione di un antibiotico può fare la differenza. Un censimentodi oltre 20 000 drug shop condotto in 16 stati nigeriani da un gruppo di ricercatori dell’Università della California di San Francisco, pubblicato sul Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della sanità nel 2016, evidenza proprio il ruolo centrale svolto dai queste strutture nell’ambito della salute pubblica. Per citare dei numeri, i drug shop sono risultati la prima fonte di assistenza per oltre la metà (il 55%) delle malattie infantili e per circa il 45% degli adulti malati di malaria. In genere in Africa Subsahariana questi negozi forniscono tra il 15% e l’83% di tutti i servizi sanitari per i bambini.

Il problema però rimane: si tratta di una pezza per rattoppare le falle di un sistema sanitario lacunoso, che per quanto utile non può rappresentare una soluzione soddisfacente, se non viene adeguatamente regolamentata. Il governo nigeriano sembra puntare sul potenziamento di questi centri più che su un loro soffocamento. L’idea è quella di sfruttare la presenza più capillare sul territorio, estendendo le licenze, migliorando la formazione del personale e il controllo sulla qualità dei servizi. Nel 2014 è stata emessa una direttiva volta ad affrontare la carenza di operatori sanitari, richiedendo che i drug shop siano inclusi negli sforzi per migliorare i servizi nell’ambito della salute materna e infantile. Nel 2015, il governo ha autorizzato questi negozi, purché registrati presso il Consiglio di Farmacia nazionale, a fornire test diagnostici rapidi per la malaria.

La Nigeria non è l’unico Paese che si trova ad affrontare questa situazione e che sta esplorando la strada dell’integrazione. In Tanzania negli ultimi dieci anni, sottolinea nell’articolo Catherine Goodman della London School of Hygiene & Tropical Medicine, almeno 12 000 drug shop sono stati iscritti in programmi di accreditamento e formazione che permettono loro di distribuire una vasta gamma di farmaci per il trattamento delle malattie nell’ambito materno-infantile. Anche Uganda e Ghana stanno implementando politiche simili, mentre in India, Pakistan e Bangladesh sono in corso sforzi sperimentali per integrare i fornitori non ufficiali di farmaci all’interno dei servizi sanitari. “Se ignori i drug shop“, chiosa Goodman, “stai ignorando la stragrande maggioranza del mercato”.

Per molti però le cose non sono così semplici, perché ci si scontra con un panorama eterogeneo di regolamentazioni. I regolamenti nella maggior parte dei Paesi fanno leva su norme per i prodotti (per esempio, vietare le vendite di medicinali contraffatti), e non sui servizi, scrive The Lancet. Raramente esistono regolamenti legati per esempio agli screening dei pazienti, o al personale. La maggior parte dei regolamenti inoltre non fa menzione dell’importanza dell’adeguatezza della formazione dei venditori dei farmaci nel valutare l’idoneità nell’uso di determinati medicinali. Secondo quanto emerge da uno studio finanziato dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale di regolamentazione dei farmaci in 32 Paesi in Africa e in Asia, 17 di essi consentono la vendita di farmaci da banco senza la supervisione da parte di farmacisti, e solo 7 di questi Paesi richiedono che la vendita sia supervisionata da qualcuno con un qualche tipo di formazione sanitaria.

La chiave di volta per migliorare i risultati sanitari – conclude l’autore – rimane la formazione dei proprietari di questi negozi, a partire dalla gestione delle emergenze. Magdalene Okolo è il direttore del progetto “Maternal, Newborn and Child Health” presso il Family Health Services, che forma gli operatori sanitari della comunità nell’utilizzo dei farmaci durante le emergenze, come per esempio interrompere il sanguinamento post-partum. Okolo sottolinea che gli sforzi attualmente in atto non bastano per potenziare davvero il ruolo dei drug shop. Non c’è alternativa: non basta dire alle persone di far riferimento al centro sanitario più vicino, aggiunge Erejuwa Samuel Adebowae, leader politico di Makoko, una baraccopoli della città di Lagos, sempre in Nigeria. “I funzionari sanitari governativi scoraggiano i pazienti dal fare affidamento sui numerosi drug shops nelle vicinanze, ma al tempo stesso il nostro centro sanitario più vicino è troppo lontano per le possibilità della maggior parte degli abitanti qui”. Posizione condivisa anche da Akinterinwa Tematore, funzionario del dipartimento di istruzione sanitaria di Lagos a Makoko. Secondo Tematore, gli sforzi del governo per continuare a limitare il ruolo dei drug shop e incoraggiare i pazienti ad utilizzare farmacie e cliniche sono in gran parte inutili. “La soluzione”, conclude Tematore, “è quella di regolamentare i negozi e di formare il personale. I pazienti non dovrebbero dover scegliere fra i due. Abbiamo bisogno di entrambi i servizi”.

Crediti immagine: USAID Kenya

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