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Castell’Umberto è un placido paese dell’interno della Sicilia con 3.300 abitanti che si raggiunge dopo venti chilometri di tornanti e salite, lasciandosi alle spalle un mare leggermente increspato dal vento di maestrale (ieri) e un violento temporale questa mattina; è un paese morbido, attorniato di verde con strade larghe e ariose; è nell’area dell’ampia coltivazione del nocciòlo dei Nebrodi che da sempre ha costituito la principale fonte di ricchezza. Un paese complessivamente tranquillo, dunque, solo marginalmente interessato ai primi anni novanta dalla violenza mafiosa dei clan del confinante paese di Tortorici e dalle vicende che videro protagonisti i commercianti antiracket di Capo d’Orlando.

Poiché siamo in Sicilia le cose, più che altrove, non sono mai come appaiono, all’uno si succede l’altro e l’uno può anche essere opposto all’altro. Su larga parte della stampa nazionale è stato dato rilievo alla rivolta promossa dal sindaco contro l’invio di cinquanta migranti deciso dalla prefettura di Messina. Ovviamente non ci vuole molto per intravedere atteggiamenti e sensibilità impregnate di razzismo.

Questa mattina, nell’aula consiliare assemblea con meno di venti sindaci del circondario e un centinaio di cittadini presenti per manifestare solidarietà a Vincenzo Lionetto Civa, medico e sindaco del comune nebroideo e tutti a dire, invece, che nessuno è razzista, che la stampa deve smetterla di dare questa immagine, che siamo tutti per l’accoglienza rispettando le regole, che non si possono trattare i sindaci con arroganza (vedesi prefettura), ecc. Tante enfatiche parole e in particolare quelle del sindaco salutate da un cittadino con “grande comizio”. Sicuramente nelle manifestazioni di sostegno dei sindaci degli altri piccoli centri agisce il timore di dover fare i conti con l’invio prossimo di migranti e con la paura che ciò può determinare.

Una vicenda così drammatica come quella dell’arrivo nel nostro Paese di migliaia di persone al giorno non può essere affrontata con leggerezza o con pregiudizio ideologico: bisogna sempre cercare di capire le ragioni di sindaci e cittadini. E allora cerchiamo di attenerci ai fatti, quelli veri, quelli pretestuosi, quelli finti.

C’è un primo elemento, forse la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo, ed è la prima accusa dei sindaci. Dicono tutti: la prefettura ci ha messi di fronte al fatto compiuto. Ci avverte dell’invio di 50 migranti, ma queste persone sono già dentro la struttura individuata, secondo una decisione unilaterale. Il sindaco di Castell’Umberto rincara la dose: hanno avuto tutto il tempo di relazionarsi con un’agenzia di viaggio per il trasporto dei migranti, con una cooperativa per la gestione dei servizi e non hanno trovato il tempo di chiamare i sindaci se non quando tutto era già stato fatto. Non è una questione di negligenza, spiega Lionetto, “ci hanno avvisato così tardi perché la prefettura aveva paura delle barricate”. Sicuramente siamo di fronte ad un errore di valutazione: qualunque politica di accoglienza non può prescindere dal coinvolgimento dei sindaci con cui, secondo buon senso, è bene giocare sempre a carte scoperte, perché poi, come dimostra questa vicenda, le barricate si alzano comunque. Anzi, senza un adeguata partecipazione delle istituzioni locali si offrono spazi a strumentalizzazioni e ad avventure. Ancora, con maggiore nettezza, il sindaco del piccolo paese: “noi comunque ci saremmo opposti anche nel caso in cui la prefettura ce lo avesse comunicato per tempo”. Il comportamento della prefettura comunque è solo un pretesto. E comunque non giustifica una reazione così rabbiosa da parte del sindaco e di quelle decine di cittadini del presidio.

C’è poi un altro fatto. In un contesto così intriso di tensioni le istituzioni del governo bene farebbero a coinvolgere le amministrazioni locali già nella fase dell’individuazione delle strutture, anche, se necessario, per essere sostenuti e per evitare situazioni come quella vissuta al Canguro, l’albergo in disuso che ospita i 50 migranti: una struttura chiusa da tempo (l’ultimo certificato di agibilità, ricorda il sindaco di Sinagra, comune in cui ricade la struttura, risale al 2006), senza elettricità al momento dell’arrivo dei nuovi ospiti.

E per questo serve un gruppo elettrogeno. E qui veniamo ad un altro fatto, purtroppo vero, che segna l’intera vicenda della ribellione. Il comitato diretto dal sindaco ha impedito per alcune ore che il gruppo elettrogeno entrasse nella struttura per portare l’energia elettrica. Questo è sicuramente il dato più grave, aggravare le condizioni di permanenza a chi, già di suo, si trova in condizioni gravissime di sofferenza: il sindaco dice che è stato fatto per esercitare pressioni sulla prefettura, ma un confronto anche duro con i rappresentanti del governo non si può fare sulla pelle dei più disperati. Mai.

Infine ci sono tante parole in libertà per giustificare quello che non si può. Via allora al più classico repertorio ascoltato tante volte nei talk show. La gente non è cattiva- aggiunge il sindaco Lionetto- è arrabiata: “lo Stato abbandona la comunità e ci manda i migranti”; e secondo lo sperimentato modello della guerra tra poveri, si esibisce la situazione di 40 famiglie che a seguito di dissesto idrogeologico nel 2010 sono sotto ordinanza di sgombero. Piccoli Salvini crescono. Le parole solidarietà, accoglienza, integrazione, sono allora solo una maschera nella terra di uno, nessuno, centomila. L’opposizione ci sarebbe stata a prescindere, e non sarebbero mancati argomenti a legittimarla. Come si può dire “vogliamo essere trattati [noi italiani] come [lo Stato tratta] i migranti”?

Cosa sta accadendo nelle nostre terre? E’ ormai tutto così, irrimediabilmente perduto ai valori di solidarietà e di umanità? Forse non è così. In questa storia c’è intanto un’altra voce che usa toni e argomenti diversi dal sindaco di Castell’Umberto, è il sindaco di Sinagra, Nino Musca, (che poi ha la responsabilità operativa del Canguro), un docente universitario di 47 anni, eletto nell’ultima tornata elettorale. Affronta la questione con spirito pratico e, soprattutto con tanto senso di responsabilità (“c’è un problema, bisogna partecipare a risolverlo”). Il compito del sindaco- ci dice- è quello di rassicurare piuttosto che di alimentare tensioni o esacerbare gli animi. “Questa protesta può portare a sbattere, fa passare il messaggio della non-accoglienza”.

In un contesto infuocato dalle emozioni non c’è solo il sindaco Musca a far prevalere un altro punto di vista. Quando nelle ore del tramonto ieri sono andato al posto di blocco, ho visto a cento metri in linea d’aria l’ampio seminario vescovile della Diocesi di Patti, un luogo assai prestigioso da queste parti. La Chiesa principale del paese è proprio a fianco del Comune sulla piazza centrale. Padre Nino Mastrolembo è il parroco di Castell’Umberto. Lasciandosi il Canguro alle spalle, il primo luogo dove penso di andare è la parrocchia. Padre Nino è nel suo piccolo ufficio con un ventilatore acceso, poco dopo la messa serale a discutere con alcuni parrocchiani. Mi dice che al termine della messa ha parlato di ciò che sta accadendo in paese. Lui e i suoi parrocchiani insistono nel rivendicare il senso di accoglienza della comunità dimostrato nei primi anni novanta di fronte all’arrivo di una ventina di albanesi, alcuni di loro oggi definitivamente integrati con mogli e figli. Padre Nino non si sottrae dal ricordare che i siciliani di oggi sono figli e nipoti di emigranti, quasi in ogni famiglia c’è stata una storia di emigrazione, segnata spesso da rifiuti e da umiliazioni. Ed è un modo per dire: non possiamo fare oggi come è stato fatto con i nostri nonni e con i nostri genitori, non possiamo essere noi a farlo. Il parroco è preoccupato dei segnali “distruttivi” che giungono ai giovani, di cosa si discuterà nelle famiglie. Un prete concreto: preoccupato di non alimentare ferite difficili da rimarginare; pratico, ma non indulgente: i cinquanta migranti quando lasceranno il nostro paese dovranno portarsi un ricordo d’amore. Subito nella comunità ci siamo chiesti: hanno acqua, hanno di che mangiare. Nei prossimi giorni, passato il clamore mediatico la nostra comunità farà di tutto per essere vicina a questi uomini portatori di sofferenza.

Malgrado la sua ostinata riservatezza, quelle di padre Nino si ergono gigantesche tra le piccole parole dei politici di paese.

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