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In otto anni alla Casa Bianca, Pete Souza ha scattato più di due milioni di fotografie. Dal 2009 al 2016 è stato il fotografo ufficiale di Barack Obama e lo ha seguito ovunque. Le sue immagini sono tra i ricordi più indelebili che abbiamo dell’ex Presidente. Ancora attuali: è lui stesso a mettere a confronto l’immagine di Trump con gli scatti di Obama: due modi opposti di mostrarsi al mondo. Intimità contro rigore, movimento contro fermezza.

Due milioni di foto. Se però le rimanesse solo una fotografia, quale sarebbe?

«Una volta rispondevo sempre “quella che scatterò domani” e schivavo questa domanda».

Oggi?

«No, non posso sceglierne una. È come avere tre figli e chiedere qual è il preferito. È impossibile. Di tutte le foto forse potrei selezionare le mie 500 preferite, non di meno».

Non sono troppe?

«È pieno di immagini nel mondo, vero. La nostra sensibilità diminuisce, ma ripensando a un avvenimento passato avremo sempre delle immagini impresse nella memoria. Anche se sono scattate da un telefonino».

Quindi fra un secolo quali sue foto di Obama verranno ricordate? Gli scatti più politici o quelli più intimi?

«Credo che alla fine rimarrà il modo di interagire che aveva con le persone. Era unico in questo. Con i capi di Stato, con le figlie Malia e Natasha, ma soprattutto con i bambini».

Come nella foto con il piccolo Spiderman?

«Quelle foto mostrano contemporaneamente l’uomo e il Presidente. I bambini lo guardano con stupore, lui è a suo agio e si diverte».

Come faceva Obama a essere così rilassato pur avendo sempre lei così vicino?

«All’inizio ho preso una Canon silenziosissima e mi tenevo a distanza. Poi lui ha capito che non l’avrei mai lasciato in pace e ci ha fatto l’abitudine. Lo seguivo già quando era ancora senatore».

Pensava sarebbe diventato presidente?

«Immaginavo avrebbe fatto in qualche modo la storia. Ero con lui a Mosca durante una visita e l’ho fotografato in mezzo alla gente. Era uno sconosciuto, ma mi sono detto: questa è l’ultima volta che non verrà riconosciuto».

Quante ore passava con Obama?

«Dalle 10 alle 15 ore al giorno. A volte anche 20. Il giorno dell’inaugurazione abbiamo fatto le 3 di notte, sei ore dopo eravamo pronti a partire davvero. Questi otto anni sono stati un sacrificio, non solo per me ma anche per mia moglie».

A sua moglie mandava foto in anteprima?

«No, non potevo».

Davvero?

«Non posso rispondere».

Ci si annoiava mai? Ha mai pensato di averne abbastanza?

«C’erano dei tempi morti. Ma come Obama era Presidente ogni giorno, anche io dovevo essere lì ogni giorno».

Anche in vacanza?

«Poteva succedere qualunque cosa: una notizia improvvisa, una chiamata internazionale. Ma le ferie erano anche l’opportunità per mostrare il suo volto più rilassato, il modo in cui impiegava il tempo libero».

Quali sono stati i migliori momenti?

«Il giorno dell’approvazione dell’Obamacare lui era ancora più felice dell’Election night. Perché è facile farsi eleggere, è difficile riuscire a fare le cose».

E i peggiori?

«Il giorno della strage di Newtown. Il Presidente è rimasto ferocemente scosso. Sia come politico sia come genitore. Lo fotografavo e lo vedevo piangere».

Sealah Craighead, la attuale fotografa di Trump, tiene molto di più le distanze. Cosa è successo?

«Per ora Trump ha scelto di mostrarsi diversamente, all’opposto. Io avevo accesso a molti incontri, anche sensibili, e potevo mostrare l’uomo Obama, non solo il Presidente».

Una buona propaganda?

«Credo che gli americani vogliano sapere chi sia il loro Presidente. Come si comporta, anche in privato. Devono saperlo».

E in Europa, c’è qualcuno che le piacerebbe seguire?

«Posso dire di aver fotografato molto la Merkel. Se mi chiedessero di seguire un candidato suo avversario, rifiuterei. Ma basta politici».

Ora che cosa farà?

«Sto stampando il mio libro, qui in Italia».

Ci sono foto inedite?

«Ce n’è una con la madre di una vittima della strage di Sandy Hook. Ho dovuto chiedere il permesso di pubblicarla. Lei dice che di quel giorno non ricorda altro che l’abbraccio di Obama».

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