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(Fotogramma)

Pubblicato il: 16/07/2017 11:36

"Nessuno mi convincerà a confessare un delitto che non ho commesso. Io voglio uscire a testa alta da questo ingiusto impianto accusatorio, ho fiducia nella giustizia. Mi rendo conto che è difficile assolvere, ma è molto più difficile sapere di avere condannato un innocente". Massimo Bossetti si era rivolto così, un anno fa a Bergamo, ai giudici di primo grado, ma l'appello era caduto nel vuoto. Domani è pronto a ribadirlo alla Corte d'Assise d'appello di Brescia per cancellare la sentenza di ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio.

L'udienza si aprirà con nuove dichiarazioni spontanee dell'imputato, poi i giudici – due togati e sei popolari – si riuniranno in camera di consiglio per emettere il verdetto: ne usciranno dopo diverse ore con una sentenza o con un'ordinanza che riaprirà il dibattimento. Sarà il presidente della corte Enrico Fischetti a leggere la decisione: conferma della sentenza di 'fine pena mai', riforma parziale del primo grado – l'accusa chiede l'ergastolo con isolamento diurno per sei mesi -, assoluzione oppure perizia sul Dna, la traccia mista trovata su slip e leggings della 13enne attribuita a Ignoto 1 poi identificato in Bossetti.

Spetterà ai giudici ripercorrere la lunga inchiesta, dal 26 novembre 2010 – giorno della scomparsa della ginnasta a Brembate di Sopra (Bergamo) – fino all'arresto di Bossetti. L'assenza del suo Dna mitocondriale "non inficia il risultato: è solo il Dna nucleare ad avere valore forense" per il rappresentante dell'accusa Marco Martani. "Quel Dna non è suo, non c'è stato nessun match, ha talmente tante criticità – 261 – che sono più i suoi difetti che i suoi marcatori", per i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini che chiedono di risolvere l'"anomalia" con un accertamento alla presenza delle parti.

La prova scientifica "assolutamente affidabile" per l'accusa va letta insieme agli altri indizi di un'indagine che non ha tralasciato nessuna ipotesi. Solo il 26 febbraio 2011, il corpo della 13enne viene trovato in un campo di Chignolo d'Isola e da lì si riparte per la caccia all'uomo. E in quel campo che Yara muore dopo una lunga agonia, secondo i dati restituiti dall'autopsia.

Per la difesa, invece, la studentessa è stata uccisa altrove come mostra una foto satellitare del campo. Contro l'imputato ci sono altri elementi: dal passaggio del furgone davanti alla palestra alle fibre sulla vittima compatibili con la tappezzeria del suo Iveco; dalle sferette metalliche sul corpo di Yara che rimandano al mondo dell'edilizia all'assenza di alibi. Indizi che la difesa respinge.

Il furgone immortalato vicino al centro sportivo non è di Bossetti; le sfere e le fibre non riconducono con "nessuna certezza" all'imputato che non ha mai cambiato abitudini e che anche quella sera era a casa. Su un tema le parti concordano: vittima e presunto carnefice non si conoscevano, ma Yara potrebbe aver accettato un passaggio sul furgone di Bossetti, il quale "affascinato" da questa "giovanissima donna" potrebbe aver tentato un approccio sessuale finito nel sangue, a dire dall'accusa. Un delitto compiuto da "un perverso sessuale sadico, l'opposto esatto di Bossetti", secondo i suoi legali: le ricerche pornografiche sul computer risalgono a tre anni dopo la morte di Yara e non indicano nessuna perversione dell'imputato. Domani a stabilire la verità saranno i giudici.

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