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Porche e Ferrari per gli alti dirigenti, bonus per i più “meritevoli” o fedelissimi, borse e portafogli griffati, gadget e buoni acquisto in negozi esclusivi, aumenti notevoli per i vertici aziendali ed il cda. Alla Itas – la più antica mutua assicuratrice italiana, fondata nel 1821, come si legge su Wikipedia – non si badava a spese, come sottolinea L’Adige.it in una articolo del 18 aprile 2017.

Nulla di rilevante penalmente, a prima vista, semmai una particolare disinvoltura nella gestione. Ma di alcuni aspetti di questa vicenda si stanno occupando gli inquirenti. Anche per quanto riguarda la disponibilità delle auto di lusso. Da sottolineare che l’uso della Ferrari non è stato oggetto di contestazione da parte della Procura, mentre “un’accusa di truffa sarebbe stata contestata in riferimento a una Porche Carrera 911 e ad una Porche Boxter”. Questo perché, stando all’accusa, le due auto “sarebbero state acquistate da una società veneta e poi noleggiate a lungo termine al direttore generale Ermanno Grassi e Itas. Come corrispettivo la società avrebbe ricevuto una sponsorizzazione da 500mila euro”.

"Zeus e i divini"

Tutti questi benefici erano in genere prerogativa di “Zeus” e i “divini” come venivano scherzosamente chiamati l’ex direttore generale e gli appartenenti al suo “cerchio magico”. Un gruppo cui si riferiscono anche i carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) di Trento nelle relazioni trasmesse al pm Carmine Russo nell’ambito delle indagini quando parlano di “una vera e propria cerchia di soggetti, dipendenti Itas e non, che godevano della benevolenza del capo (Cnr del 26 agosto del 2016)”.

Ora è normale – come fa notare il giornale – che il direttore di una società “si circondi di persone di fiducia e cerchi di incentivare lo spirito di squadra” ma gli inquirenti vogliono evidentemente capire se dietro questo stato di cose ci fossero anche “situazioni non esattamente cristalline”.

La funzionaria licenziata

Del team dei “divini” avrebbe fatto parte anche una funzionaria licenziata in tronco, la cui deposizione ha dato avvio all’indagine. Questa funzionaria che “rifiuta di finire da sola in purgatorio – per stare all’espressione utilizzata dal presidente Giovanni Di Benedetto – però “replica spiegando di aver seguito le indicazioni del direttore generale”.

Le dimissioni

"Grasso – scrive L'Adige.it – è indagato per truffa, calunnia ed estorsione, reato quest’ultimo per il quale è stato raggiunto dalla misura cautelare dell’interdizione temporanea dalle funzioni di direttore generale nell’ambito dell'inchiesta condotta dai carabinieri del Ros di Trento e nata dalla denuncia dell'ex funzionaria licenziata". Alla luce del provvedimento – chiesto dai pubblici ministeri Carmine Russo e Marco Gallina e firmato dal gip Marco La Ganga – Grassi non può dunque svolgere incarichi dirigenziali. E' stato lui però, dopo l’interrogatorio, a prendere la decisione di fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni dall’incarico che ricopriva dal 2012. "Per consentire all’azienda e a me stesso maggiore serenità", avrebbe detto l'interessato declinando qualsiasi ammissione di responsabilità.

I bonus

I bonus distribuiti dall’azienda erano comunque davvero "interessanti". Permettevano per esempio ai manager meritevoli "di rinnovare il guardaroba a spese di Itas e facevano nel contempo la fortuna dei pochi negozi scelti come fornitori ufficiali”, si legge su Adige.it.

Si parla anche di compensi al direttore e al Cda. “La compagnia sembra avesse continuato a gratificare il top manager, l’alta direzione e gli stessi consiglieri di amministrazione con continui aumenti di retribuzione e compensi” anche quando le indagini interne erano già state avviate sull'ex direttore.

Un po’ di cifre.

A marzo 2016 per Grassi sarebbe scattato un aumento di stipendio di 150mila euro lordi annui.

Per gli amministratori nella “controllata Itas Vita l’assemblea del 28 aprile 2016 delibera di aumentare il compenso annuo lordo per consigliere a 10mila euro”.

Da considerare che nel 2015 “era stato toccato il record di 4 milioni 80 mila euro di compensi totali per amministratori, sindaci e i quattro dell’alta direzione del gruppo, Grassi in testa”. Un “13,9 per cento in più dei 3 milioni 582mila euro complessivi del 2014”.

Nella società trentina c’è inevitabilmente disagio. Il presidente Di Benedetto – secondo L’Adige.it – “sostiene che l’attenzione su Grassi c’era da tempo e richiami e sospensioni sono arrivati ben prima della scorsa settimana”. Tuttavia c'è chi chiede conto dei “reiterati aumenti di compensi e retribuzioni al direttore e agli stessi amministratori”.

Nel 2013 “i compensi ai consiglieri di amministrazione del gruppo Itas ammontavano complessivamente a 1 milione 647 mila euro. Di essi, 934 mila euro andavano ai 17 componenti del cda della capogruppo Itas Mutua”. Ai componenti dei collegi sindacali “erano destinati in tutto 394 mila euro. All’alta direzione, cioè il direttore generale, il vice, il direttore assicurativo e il direttore commerciale, andavano 1 milione 258 mila euro, di cui la parte maggiore era per Grassi. In totale 3 milioni 299 mila euro”.

Mentre nel 2014 – sempre stando a quanto riportato testualmente da L’Adige.it – “i compensi totali di amministratori e direttori salgono dell’8,6% a 3 milioni 582 mila euro. Di essi, per i cda ci sono 1 milione 809 mila euro, in aumento del 9,8% sull’anno precedente, per i sindaci 429 mila euro e per l’alta direzione, in primis Grassi, 1 milione 344 mila euro, con un incremento del 6,8%, che si ripeterà anche nel 2015, quando gli emolumenti per i quattro direttori salgono a 1 milione 435 mila euro”.

Sempre nel 2014 i compensi degli amministratori compiono un balzo in avanti, arrivando a “2 milioni 172 mila euro, il 20% in più dell’anno prima, portati su però anche dall’ampio avvicendamento nei cda”.

La vicenda della moglie

In questo quadro si inserirebbe anche la vicenda dell’assunzione della moglie di Grassi. Vicenda ricostruita nel punto 9 del capo di imputazione contestato all’ex direttore generale, come riporta L'Adige.it in un pezzo del 17 aprile. L’accusa è di truffa, anche se , al pari delle altre, è tutta da dimostrare.

La vicenda risalirebbe al 2011 quando la moglie di Grassi “veniva assunta da un’azienda che aveva rapporti commerciali con Itas (la Target sas) con un compenso netto di 6200 euro”. Nel contratto si stabiliva che l’attività della signora Grassi “verrà liberamente svolta ed autonomamente decisa senza alcun intervento né controllo da parte della nostra ditta e senza vincoli di orario”. Senza contare la pattuizione per cui “il contratto è valido nella misura in cui il contratto tra Target e Itas sarà in vigore”.

La separazione

Quando nel 2012 "Grassi si separa consensualmente dalla moglie – si legge nel capo di imputazione – negli accordi di separazione personale concordava il versamento di un assegno di mantenimento alla moglie pari a euro 1.770". Il tutto “a condizione che il signor Grassi si attivi per il rinnovo fino al 2015 del contratto lavorativo in essere tra la signora (omissis) e Target e che tale rinnovo si perfezioni contestualmente all’accordo di separazione e con l’intesa espressa in atti che nell’ipotesi in cui il rapporto lavorativo dovesse per qualsiasi ragione cessare, l’assegno di mantenimento sarà soggetto a revisione”.

Uno strano accordo a proposito del quale il magistrato scrive (sempre a leggere su L’Adige.it) che “in questo modo si poneva l’assegno di mantenimento per l’ex coniuge a carico di Target e quindi in definitiva a carico di Itas”.

Inoltre Target è una sas con sede a Villa Lagarina che tratta articoli promozionali e regali aziendali. A tal proposito, scrive – sempre stando a L'Adige .it – il Gip Marco La Ganga, “Grassi quale direttore generale di Itas decideva di utilizzare la ditta Target sas come soggetto cui alcuni fornitori di Itas avrebbero dovuto fatturare beni e servizi, che sarebbero poi stati rifatturati da Target ad Itas a prezzi maggiorati e con causali idonee a consentire di farle apparire come spese di rappresentanza, in questo modo nel solo anno 2011 Target aveva fatturato ad Itas beni e servizi per 560 mila euro”.

Una attività particolare quella di cui si discorre su cui la magistratura ha puntato i riflettori e intende vederci chiaro.

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