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Tre arresti (ai domiciliari) e due interdizioni dal servizio sono scattati stamani nei confronti di altrettanti funzionari del Rina (il Registro Navale Italiano) e di due ufficiali della Capitaneria di Porto. Le misure cautelari riguardano il pool che si occupa delle certificazioni e dei controlli sulle navi traghetto e sui mercantili.
Secondo l'inchiesta della Procura della Repubblica di Genova e le indagini della Guardia di Finanza, le verifiche sarebbero avvenute con una certa leggerezza e talvolta gli ispettori avrebbero chiuso un occhio, ricevendo in cambio favori e regali. Il fascicolo era stato aperto dopo l'incidente della Jolly Nero, che il 7 maggio 2013 abbattè la Torre Piloti all'interno del porto di Genova, determinando la morte di 9 marittimi.

L'inchiesta che ha portato all'operazione di questa mattina nasce da una costola dell'indagine sulla tragedia della Jolly Nero che il 7 maggio del 2013 si scontrò contro la banchina del porto di Genova abbattendo la Torre piloti e uccidendo nove persone.
Come è possibile che un mercantile da 40mila tonnellate perda il controllo e travolga le banchine? Era stata la domanda iniziale.
Attualmente a processo e in attesa di sentenza ci sono coloro che quella notte governavano la nave. Ma alla società Messina sono state contestate anche violazioni societarie per non aver vigilato sulle ripetute avarie.
E proprio da qui si sono mossi procura e finanza.
Nel mirino sono finite le ispezioni condotte dalla Capitaneria di Porto, con ufficiali che avrebbero chiuso un occhio sulle condizioni delle navi della Compagnia Messina — armatore della “Jolly” — e sulle certificazioni del Rina, l’organismo che vigila sulla sicurezza della flotta civile. «Facevamo così, lo so che è sbagliato, ma le cose funzionano così… D’altra parte, io devo salvare il mio posto di lavoro», ha dichiarato a verbale Gianluca Donadio, responsabile dell’Ufficio Sicurezza della Navigazione della Capitaneria di Porto di Genova.
Tra il 2008 e il 2013, prima del crollo della Torre Piloti, ben 15 avarie e guasti non sarebbero stati comunicati dall’armatore, né denunciati dal Rina. Ancor meno dal controllore: la Capitaneria di Porto, che si è occupata della prima parte di inchiesta sulla strage. Due alti ufficiali del corpo risultano indagati: il capitano di fregata Marco Noris e il capitano di vascello Antonio Sartorato. Quest’ultimo fino al 15 luglio del 2015 è stato distaccato al Ministero dei Trasporti, con un incarico delicato al Sesto Reparto Sicurezza della Navigazione: l’organo che controlla se le navi sono in grado di viaggiare e garantire l’incolumità di equipaggio e passeggeri. Insieme a Sartorato e Donadio facevano parte del team misto, composto da Capitaneria e Ministero, deputato alle ispezioni sulle navi. Con il sospetto che non abbiano compiuto il loro dovere. Così come tre funzionari del Rina, anch’essi indagati.
Il pm Walter Cotugno per questo nuovo filone ipotizza un reato molto grave: l’omessa vigilanza da parte della Capitaneria. Tanto che lo scorso mese, dopo la pubblicazione delle prime indiscrezioni su Repubblica, il comandante generale, l’ammiraglio Vincenzo Melone, si sarebbe preoccupato, facendo in modo di parlare con Sartorato, nel frattempo trasferito alla direzione marittima di Napoli. Melone avrebbe incontrato l’ufficiale durante un convegno a Roma per discutere proprio del “caso Genova”.
Fondamentale è la cronologia della vicenda. Nei giorni dell’incidente, comandante della Capitaneria genovese è l’ammiraglio Felicio Angrisano. Scatta l’inchiesta, affidata alla stessa Guardia Costiera, ma subito dopo gli subentra Melone. Angrisano viene promosso al grado di comandante generale e chiamato alla guida dell’intero corpo. Dove nuovamente nello scorso novembre, al momento del pensionamento, è stato sostituito da Melone. I due sono stati i depositari di tutte le documentazioni dell’inchiesta, in un primo momento affidata alla Sezione Tecnica della Capitaneria. Fino a quando il pm Cotugno delinea almeno una situazione di conflitto di interesse: gli investigatori hanno fatto parte delle squadre miste che ispezionavano le navi. Con il sospetto che ci siano state verifiche addomesticate. «Stiamo indagando

— aveva detto qualche mese fa il procuratore capo Francesco Cozzi — per capire se sia un fatto isolato o no». A quel punto, però, l’indagine era stata affidata alla Guardia di Finanza al reparto del colonnello Emilio Fiora. E gli accertamenti avevano fatto affiorare una serie di relazioni pericolose, intrecciate sulle banchine: una gestione molto amichevole, tra certificazioni sospette, controlli poco incisivi e scambi di doni o favori.
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