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Giù le mani da Gibilterra, altrimenti Theresa May seguirà l’esempio della Thatcher con le Falkland. La Lady di Ferro mandò 30 navi e truppe da sbarco contro gli argentini per riportare i sudditi di Sua Maestà delle isole a 300 miglia dalle coste continentali sotto il vessillo della Union Jack. A evocare la storia e una guerra (2 aprile – 14 luglio 1982, quasi mille vittime) tutt’altro che antica che potrebbe ripetersi altrove, è stato Michael Howard, leader conservatore fra il 2003 e il 2005, e già ministro con Thatcher e John Major.

Ieri mattina il 71enne e triplo ex (deputato, ministro e leader Tory) è andato da Sophy Ridge al «Sunday on Sky News» per sottolineare la riconquista, manu militari, «della libertà di un piccolo gruppo di britannici contro un altro Paese di lingua spagnola». Poi ha calato il carico da 90: «Sono assolutamente certo che il nostro attuale Primo ministro mostrerà la stessa risolutezza stando dalla parte del popolo di Gibilterra». Il leader liberal-democratico Tim Farron è esploso: è irresponsabile – ha detto – solo evocare il termine guerra riferendosi ai nostri vicini europei.

A Downing Street e al ministero degli Esteri britannico scansano il paragone di Howard. Le Falkland ai tempi di Gualtieri, generale avventuriero che provò a distrarre gli argentini in preda alla crisi economica con una ventata di nazionalismo bellico, non hanno nulla a che vedere con Gibilterra ai tempi della Brexit. Però gli spagnoli – è l’opinione che serpeggia a Londra – quando possono creare un grattacapo agli inglesi con cui divisero onori, guerre e potere globale fra il ’500 e l’800, non si tirano indietro. Ora avrebbero anche un supposto potere di veto secondo le linee guida negoziali dell’Unione europea, espresse venerdì dal presidente Donald Tusk su qualsiasi decisione riguarderà la Rocca a picco sul Mediterraneo. Gibilterra è un possedimento britannico dal 1713, la Spagna vorrebbe quantomeno gestire quegli scarsi 7 chilometri quadrati in una forma di «partnership». Per ora Madrid, tramite il suo ministro degli Esteri Alfonso Dastis, si limita a far sapere che s’impegnerà a non sigillare i confini: «Non è mia intenzione chiudere l’inferriata, non è nei nostri interessi».

Il governo britannico con la May, Boris Jonhson e il capo della Difesa Sir Michael Fallon intanto corre a rassicurare il governatore locale, Fabian Picardo, gli spiega che Londra non ha abbandonato i cugini del Mediterraneo e anzi resta «graniticamente impegnata» in difesa della Rocca mentre viaggia verso la Brexit. Non si è consumato nessun tradimento insomma come invece gli spagnoli, con abile strategia comunicativa, avevano fatto intendere nei giorni scorsi tanto che Picardo li accusa di «atteggiamento predatorio» della Spagna. «Non cederemo mai Gibilterra senza il consenso di chi ci abita», aggiunge Downing Street facendosi forza del rifiuto lo scorso ottobre dei 29mila abitanti dell’enclave di accettare una sorta di sovranità congiunta con la Spagna per poter salvare lo status Ue. Insomma sarà Brexit per tutti, ma il governo della Rocca sarà coinvolto nel processo decisionale, o almeno consultato è l’impegno britannico.

È chiaramente la Spagna ad oggi la spina europea nel fianco britannico. Oltre il fronte Gibilterra, Madrid ne ha aperto uno persino più doloroso per gli inglesi: ovvero il futuro della Scozia. Nessun sostegno al referendum della Sturgeon per l’indipendenza – sia mai pure i catalani si sentissero galvanizzati e titolati a rifarlo – , ma se avverrà il distacco non sarà certo Madrid a mettere il veto sull’adesione di Edimburgo alla Ue. Appena due anni fa Mariano Rajoy, allora come oggi premier, si riferiva alla secessione scozzese come a una catastrofe che avrebbe portato alla disintegrazione della Ue. Oggi il suo ministro dice: «Se avverrà tutto nel rispetto della legge, non bloccheremo nulla». Abbastanza minaccioso, ma Londra potrebbe anche questa volta aspettare che la tempesta si plachi. Come ai tempi della guerre anglo-spagnole. In fondo nel 1588 l’Invincibile Armata fu definitivamente fiaccata dalla burrasca al largo dell’Irlanda: delle 130 navi salpate da Lisbona, 77 andarono perse.

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