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La guerra commerciale? A pagare subito dazio potrebbe essere McDonald/ Dopo Apple e Amazon, un altro caso di elusione fiscale sta per accrescere le tensioni fra Stati Uniti ed Europa. Dossier che arriva in piena guerra commerciale fra le due sponde dell'Oceano e che rischia di essere il capro espiatorio dei pessimi rapporti in ambito commerciale fra Bruxelles e Whashington.

Dopo i provvedimenti protezionistici presi dall'amministrazione Trump, nel cuore del Vecchio Continente emerge che l'indagie Ue nei confronti di McDonald sta per essere conclusa. Secondo alcune fonti comunitarie, i funzionari della Commissione hanno raccolto sufficienti informazioni sulle pratiche con cui il produttore del Big Mac ha ingiustamente beneficiato di forti sconti fiscali in Lussemburgo.

La chiusura del caso e la comminazione delle sanzioni dovrebbero arrivare entro l'estate, timing che anticiperebbe dunque anche la chiusura delle stesse indagini a carico di Amazon per il medesimo comportamento. Secondo le accuse dei sindacati e delle associazioni dei consumatori, dal 2009 al 2013 il fast food a stelle e strisce avrebbe risparmiato più di un miliardo di euro di tasse. Soldi che, al contrario, sarebbero entrati nelle casse degli Stati suropei dove opera McDonald.

Si fa presto a inneggiare ad un leader populista come Donald Trump, che “quel che promette mantiene”. I problemi arrivano, puntuali, quando tra le promesse vi è la difesa del “lavoro e dei prodotti americani”, con l’applicazione di una tassa all’import di prodotti da parte dei paesi che presentano il maggiore disequilibrio di bilancia commerciale.

Sì, perché non si tratta evidentemente solo di Messico e Cina, ma anche dei paesi europei, Germania, Francia e Italia in testa visto come è strutturato il commercio mondiale, con gli Usa importatori netti strutturali e il vecchio continente altrettanto strutturalmente esportatore netto (con Germania, Francia e Italia nelle vesti dei maggiori esportatori in assoluto intra ed extra Ue).

Così l’imposizione di dazi fino al 100% su prodotti come gli scooter italiano Vespa (Piaggio), le moto svedesi Husqvarna e le austriache Ktm-Sportmotorcycle, piuttosto che l’acqua Perrier (francese, ma facente capo al colosso svizzero Nestlé, che produce anche l’italiana San Pellegrino) o il formaggio francese Roquefort, peraltro in risposta al bando Ue sulla carne di manzo Usa di bovini trattati con gli ormoni, ha immediatamente scatenato prevedibili ma ipocrite polemiche.

Ipocrite se non altro perché mentre protestano contro la chiusura degli Stati Uniti alle loro merci i governi europei continuano a difendere gelosamente i propri “gioielli” dalle mire di acquirenti esteri, anche quando si tratta di altri gruppi europei, vedasi la vicenda dei cantieri di Saint Nazaire, la cui maggioranza sembrava a inizio anno in procinto di passare a Fincantieri, salvo poi una serie di interenti da parte del governo per cercare prima di frazionare tra più acquirenti la quota in vendita ed ora, secondo le ultime indiscrezioni, la possibilità che si proceda ad una nazionalizzazione per evitare di cedere anche solo una briciola di sovranità.

Altro esempio? La settimana scorsa, nelle more della richiesta britannica di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che porterà da qui a due anni la Gran Bretagna fuori dalla Ue, Bruxelles ha definitivamente posto fine all’ipotesi di un’integrazione tra London Stock Exchange (che controlla anche Borsa Italiana) e Deutsche Boerse.

La Commissione europea ha precisato di non poter dare il suo benestare alla fusione al fine di garantire la libera concorrenza, dato che l’operazione “avrebbe creato un monopolio di fatto nel cruciale settore degli strumenti a reddito fisso” come ha sottolineato la commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Il “no” è insomma giunto dopo che Lse aveva accettato di dismettere LCH.Clearnet Sa, filiale francese di LCH.Clearnet, ma si era detta non intenzionata a cedere Mts (il mercato italiano dei titoli di stato), che pure pesa relativamente poco sul suo giro d’affari complessivo.

Il sospetto è che quando di tratta di aprire i mercati o cedere il controllo di asset di “interesse nazionale”, ogni stato sia pronto ad accusare gli altri di non farlo, ma non intenda procedere a dare l’esempio se non con grande difficoltà, di fatto facendo prevalere un atteggiamento populista, fortemente influenzato dal risentimento contro i frutti più amari della globalizzazione, a qualsiasi ragionamento economico.

Diversamente non ci si potrebbe dimenticare che negli scorsi decenni il mercantilismo che oggi torna ad essere la “stella polare” di Trump (e di molti movimenti populisti europei) si era già esaurito per il crescere del risentimento che esso aveva causato, innescando continue “guerre” valutarie e commerciali (in alcuni casi divenute guerre vere e proprie), nonché per il fatto che, come aveva già dimostrato nell’Ottocento l’economista inglese David Ricardo, il commercio mondiale non è un gioco a somma zero e piuttosto che lottare gli uni contro gli altri sui volumi di scambi commerciali, i governi dovrebbero capire che promuovere il libero scambio è vantaggioso per tutti, come dimostrato dai dati accumulati negli ultimi due secoli.

Come che sia, la tensione tra le due sponde dell’Atlantico sta crescendo almeno quanto all’interno dell’Europa stessa e il rischio che oltre a Lse-Deutsche Boerse, piuttosto che Piaggio, Nestlé o Ktm vi siano altre “vittime” del fuoco incrociato cresce con McDonald’s che potrebbe essere la prima di una lunga serie. La catena di fast food americani, infatti, sarebbe al centro di un’inchiesta da parte della Commissione Ue intenzionata a capire se vi è stato un abuso di vantaggi fiscali garantiti dal Lussemburgo.

Un caso che ricorda da vicino quello di Apple, a cui la Ue ha chiesto il pagamento di 13 miliardi di euro di mancati introiti fiscali legati ad un accordo con l’Irlanda (richiesta che per il momento Dublino si è ben guardata dal voler rendere esecutiva) e che potrebbe essere seguito da un’analoga conclusione nei confronti di Amazon.com. Indagini e richieste che stanno facendo crescere le tensioni tra Usa ed Europa almeno quanto l’applicazione di dazi doganali da parte dell’amministrazione Trump.

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