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Si è uccisa, perché non riusciva più a sopportare un cognome troppo famoso. Un cognome che i calabresi (e non solo) legano a estorsioni, usura, omicidi, donne uccise o sparite nel nulla. Maria Rita Logiudice pur di non patire questa vergogna si è gettata nel vuoto, mettendo fine, a 25 anni, a una esistenza che avrebbe voluto diversa. Per questo, nel 2016, aveva ottenuto con il massimo dei voti la laurea triennale in economia; ma non le bastava, così aveva deciso di conseguire anche la magistrale. Voleva affrancarsi, attraverso lo studio, da un mondo che non le apparteneva. Di cui si vergognava. Desiderava essere una donna normale. La sua è una storia comune negli ambienti dove mafia, camorra e ‘ndrangheta dettano legge.

Qualche tempo fa, a Roberto Di Bella, il presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, avevamo chiesto: “chi riscatterà” la vita di questi giovani vittime? Il magistrato, impegnato da tempo, in pool con altri colleghi e con l’associazione Libera di don Ciotti, in una drammatica battaglia contro gli uomini e le donne della ‘‘ndrangheta, sta tentando da tempo di dare una chance a questi sfortunati, altrimenti destinati a diventare mafiosi e killer o compagne di uomini senza scrupoli. La strada che Di Bella vorrebbe percorrere è semplice: evitare che le organizzazioni criminali possano piantare i loro semi. Come? I minori, per la legge, dovrebbero restare con le loro famiglie. Ma esiste una breccia, il divieto non è assoluto: deve essere bilanciato da un altro concetto, “il diritto di ricevere una educazione responsabile”.

Le più leste (le più intelligenti?) a recepire questo “consiglio” sono quasi sempre le madri: avvertono che il “trattamento “non è punitivo e che stiamo aiutando i loro figli a uscire da percorsi criminali obbligati, cambiano atteggiamento nei nostri confronti”, aveva spiegato il magistrato calabrese. In un primo momento, le donne sollevano la guardia, ma attraverso i pugni chiusi osservano cosa fa lo Stato, così i rapporti con i giudici diventano meno aspri. E quando capiscono che la molla che muove i magistrati, gli assistenti sociali e le associazioni è quello di allontanare i loro figli dalle carceri, dalla morte, dai lutti e dalla sofferenza, collaborano. E, spesso, quando escono da lunghe carcerazioni "chiedono di essere allontanate dalla Calabria, o di allontanare i figli da quell’ambiente”, aveva spiegato Di Bella.

Il tribunale di Reggio Calabria, con la collaborazione di Libera, da tempo è in prima linea. “Noi abbiamo in don Ciotti e nell’avvocato Enza Rando, una delle responsabili dell’ufficio legale di Libera, un supporto validissimo”, spiega il magistrato. Negli ultimi anni il sistema Di Bella ha isolato in altre regioni interi gruppi familiari. “Cerchiamo alleanze con i genitori, con le persone più dure. Con i detenuti in 41 bis, per esempio, creiamo canali di relazioni controllate”. I segnali sono positivi anche da parte di qualche padre detenuto.

Quando la famiglia accetta questa svolta, i bambini e le bambine sono stati dati in affidamento in comunità e in altre famiglie (“la soluzione che privilegiamo”. Le più felici sono le ragazze: “Quando si rendono conto di poter vivere in un mondo normale, senza traffici strani, senza violenza, senza morti ammazzati, senza carcere e senza violenza, rinascono. E al compimento dei 18 anni di età ci chiedono di restare fuori da una realtà che non ritengono più di essere la loro”. Forse anche per loro ci sarà un futuro. Ed è questo il futuro che Maria Rita Logiudice avrebbe voluto vivere.

3 aprile 2017

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