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Torino ospita anche quest’anno il Torino Crime Festival, dal 6 aprile. La Stampa lo precede ripercorrendo gli ultimi 30 anni della storia d’Italia attraverso il racconto di trenta crimini, uno per ogni anno dal 1987 al 2017. La ventisettesima puntata racconta la condanna all’ergastolo (in secondo grado, manca ancora il giudizio della Cassazione) di Francesco Furchì per l’omicidio di Alberto Musy. Una storia tutta torinese che si muove in un sottobosco a metà strada tra la criminalità e la politica di bassa lega, tra vendette e invidie, recriminazioni e vite allo sbando. Abbiamo estratto dall’archivio un articolo di Massimo Numa e Andrea Rossi del 26 novembre 2015: il giorno prima Furchì è stato condannato in appello.

Secondo ergastolo per Furchì

La Stampa, giovedì 26 novembre 2015
Il verdetto, se possibile, è ancora più duro. Stavolta non c’è solo il colpevole (presunto, fino alla Cassazione), Francesco Furchì, 54 anni, condannato all’ergastolo per la seconda volta in dieci mesi. No, stavolta c’è anche chi sapeva qualcosa e non ha parlato, chi aveva capito e se l’è tenuto per sé, chi ha ostacolato, chi si è sottratto agli investigatori e soprattutto al disperato appello della famiglia di Alberto Musy, quando tutto era sbiadito. Ci sono tre persone contro cui la procura potrebbe procedere, dato che la Corte d’assise di appello le trasmetterà gli atti.

Ci vogliono quasi otto ore perché i due giudici togati e i sei popolari facciano capolino dalla camera di consiglio e leggano il verdetto. Hanno in mano la vita di un uomo, contro cui convergono molti indizi ma nessuno che lo inchiodi. Devono schierarsi: gli elementi contro Furchì sono i macigni di cui ha parlato il procuratore generale Marcello Maddalena o il nulla, il castello di cartapesta, di cui ha parlato l’avvocato Giancarlo Pittelli?

Gli indizi a carico sono ventuno e valgono l’ergastolo. L’andatura. Il telefono agganciato dalla cella di corso Siccardi alle 7,25 che lo inchioda sulla scena del delitto. Le riprese delle videocamere di via Garibaldi, davanti alla sede dell’associazione che presiedeva. Le strampalate bugie dei primi interrogatori, quando mentì anche su fatti irrilevanti. L’odio cieco maturato contro Musy, stratificato mese dopo mese. Il telefono spento proprio nelle ore del delitto, il bizzarro comportamento tenuto nelle ore successive all’agguato, il dire di non ricordarsi niente di una giornata così tragica.

(La Stampa del 26 novembre 2015)

Poi: le dichiarazioni dello 007 Pietro Altana, suo ex compagno di cella: «Mi disse che mi avrebbe fatto fare la fine di Musy». Le lettere affidate ad Altana per gli amici, con lo scopo di recuperare denaro, indirizzate a una coppia di Caselle che aveva nell’orto un deposito segreto di armi. I contatti frequenti con pregiudicati calabresi di Santena legati alle cosche, possibili fornitori dell’arma del delitto. Le testimonianze di chi vide Casco quella mattina subito dopo la sparatoria, con la barba nascosta dai cerotti. La compatibilità dei tempi necessari per uscire dalla sede dell’Associazione Magna Grecia, camuffarsi e raggiungere casa di Musy.

Un quadro che ora dovrà superare il vaglio della Cassazione, dove la difesa di Furchì ritiene di avere molte carte da giocare. «Non sono sorpreso», commenta l’avvocato Pittelli. «Siamo pronti a ricorrere, con gli stessi argomenti, in Cassazione. Furchì è stato condannato senza prove e senza indizi. Mai visto in quarant’anni di lavoro un fatto del genere». Laconiche le avvocatesse Maria Rosa Ferrara e Maria Battaglini: «Sentenza scontata. Avevano già impostato le arringhe in previsione del ricorso in Cassazione. Anche da un punto di vista tecnico, Furchì è innocente».

Per i giudici, questi giudici, no. L’agguato avviene nel giorno in cui il fallimento di Furchì, come uomo e imprenditore di mille avventure andate in malora, si palesa in tutta la sua evidenza. Il 21 marzo 2012 deve lasciare la sede dell’associazione dopo 15 anni perché non ha più soldi per pagare l’affitto; l’ipotesi di entrare nell’affare Arenaways sta svanendo; il matrimonio è al capolinea e i conti bancari desolatamente vuoti. Viaggia in bus o su un vecchio scooter senza assicurazione. Cammina dentro scarpe con le suole bucate. Vive ospite dell’anziana madre.

«Sono innocente e basta». Livido, Francesco Furchì lascia l’aula a passo veloce. Non è come dieci mesi fa: allora non se l’aspettava, ora sì. Fa un cenno alle avvocatesse: venite con me, vi voglio parlare. Sparisce dietro la porta nera, coperto dagli agenti della penitenziaria. Un colloquio veloce, c’è il cellulare che l’aspetta per riportarlo in carcere a Biella. Forse non ne uscirà mai più.

Massimo Numa, Andrea Rossi

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