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"Di fronte ai grandi "perché" della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta".

L'omelia che Francesco ha tenuto questa mattina durante la Messa celebrata a Carpi è stata tutta incentrata sul mistero della sofferenza e del dolore. A cinque anni dal terremoto che ha colpito la regione, papa Francesco ha celebrato sul sagrato della cattedrale riaperta pochi giorni fa dopo i lavori per i danni del sisma.

Il Papa ha ricordato l'episodio di Lazzaro, citato nel Vangelo, dicendo che sono "le letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte". "Lì tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara", tanto che scoppiò in pianto. È questo "il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola".

Francesco è arrivato a Carpi nel giorno in cui ricorrono due anniversari particolarmente sentiti nella Chiesa. La morte dodici anni fa di Giovanni Paolo II e l'attentato, il 2 aprile del 2015, avvenuto presso l'Università di Garissa, in Kenya, dove morirono 150 persone per mano del gruppo islamista di Al-Shabaab. Il Papa, che potrebbe ricordare quest'oggi entrambi gli anniversari, ha invitato nell'omelia a non lasciarsi "trasportare dallo sconforto". A non "rinchiudersi nel pianto". Gesù, del resto, "non si fa catturare dall'ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: "Padre, ti rendo grazie"". E ancora: "Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l'esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo. Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c'è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall'angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un'oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c'è questa disfatta del sepolcro. Ma dall'altra parte c'è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: Gesù. Egli non porta un po' di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà "Cari".

Occorre, dunque, decidere da che parte stare: "Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C'è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C'è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l'aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza. Di fronte ai grandi "perché" della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po' morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri sepolcri e lì invitiamo Gesù". È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell'angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: "Venite a me, voi che voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro".

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