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BELGRADO – Caldo mite e sole di primavera illuminano la bella Belgrado, nel weekend in cui dopo un mese di dura campagna è scattato il silenzio elettorale. Passeggio per shopping, struscio e a sera movida giovanile e jazz ovunque allietano e distendono, famiglie e anziani, coppiette, gruppi di giovani riempiono le strade. Da poche settimane, sono ripresi dopo decenni i voli diretti con New York, segnale chiaro. A prima vista passeggiando puoi non percepirlo, eppure tra poche ore arriva il giorno del giudizio: domani domenica si tengono in Serbia le elezioni presidenziali anticipate. È un test cruciale non solo per i serbi, anche per l'Italia in cui il paese balcanico ha il partner di riferimento, e per l'intera Unione europea. Un test di quanta voglia d'Europa ci sia tra cittadini ed elettori di uno Stato che negozia ansioso per entrare in una Ue percorsa dalla stanchezza d'Europa e dalle sfide populiste. Favorito senza rivali tra i candidati è il 47enne primo ministro europeista e riformatore Aleksandar Vucic, che comunque si dice non certo di vincere. Lo sfidano in nove. Tra gli avversari il più insidioso è il beffardo 25enne comico Luka Maksimovic che non ha un programma di governo ma solo battute contro i corrotti e promesse chiaramente irrealizzabili. Poi ci sono l'ex ombudsman (difensore civico) Sasa Jankovic, l'ex ministro degli Esteri e presidente dell'Assemblea generale dell'Onu Vuk Jeremic, e anche il falco nostalgico di Slobodan Milosevic, Vojslav Seselj.
I sondaggi preannunciano una possibile vittoria di Vucic già al primo turno: l'ultima inchiesta telefonica condotta da Demostat gli attribuisce il 56,2 per cento dei consensi, nessuno dei concorrenti raggiungerebbe il 10 per cento. Secondo sarebbe comunque il giovane comico. Ma in Serbia come in ogni democrazia i sondaggi possono anche sbagliare clamorosamente, come è successo negli Usa o in Olanda o altrove. E se Vucic dovesse vincere solo al ballotaggio, o addirittura non farcela, sarebbe un colpo durissimo per l'Europa e per la pace nei Balcani, crogiolo di tensioni e odii nazionalisti oggi come nel 1914.

Vucic giovanissimo fu nel campo di Milosevic, poi cambió idea, aprí gli occhi verso il mondo, divenne europeista riformatore. "Solo gli asini non cambiano mai idea", ha detto al Guardian. E mesi fa dichiarò a Repubblica: "Non nego i miei errori del passato, ne resto responsabile, ma ora voglio una Serbia che guardi avanti". Il premier candidato alla presidenza ha varato riforme efficaci ma dolorose, tagli e sacrifici negoziati con Ue e Fmi, e ciò minaccia di accendere malcontenti di cui i suoi nemici possono approfittare. Soprattutto il 'miloseviciano' ortodosso nazionalista e antioccidentale Seselj. Appoggiato da una quinta colonna di ex alti ufficiali delle forze armate di Milosevic, che attaccano "il traditore Vucic" con fake news, propaganda subdola, e ogni altro mezzo.

Le opposizioni accusano Vucic di limitare la libertá di stampa, ma con paragoni assurdi e fuori dal mondo tra Serbia e Corea del Nord. Vucic è spstenuto a distanza dalla Germania di Angela Merkel e dall'Italia di Paolo Gentiloni, che anche grazie ai forti investimenti FCA ha strappato a Berlino il primo posto nell'interscambio e con il team di Renato Cantone offre a Belgrado un aiuto vitale, logistico e tecnico, nella lotta a malavita e corruzione.

Insomma, scontro di uno contro tutti e soprattutto duello tra le due anime della Serbia: quella delle nostalgie nazionaliste del passato che il premier chiede di lasciarsi alle spalle, e quella volta alle riforme e all'integrazione nella Ue. Entrare nell'Unione, restare paese neutrale, conservare gli storici buoni rapporti con la Russia ma senza diventarne un fiancheggiatore, sono cardini del programma del premier. Non casuali sono stati i suoi ultimi incontri internazionali, con sempre la fida, brava spin doctor Suzana Vasiljevic al fianco: visita a Berlino da Merkel che lo appoggia senza condizioni, viaggio a Mosca per chiarire con Vladimir Putin i limiti delle intese con la Russia e chiedere forniture di armamenti solo difensivi. E infine ma non ultimo, incontro a Belgrado con l'alta rappresentante Ue Federica Mogherini. Lei ha tenuto un discorso in Parlamento elogiando le scelte europee, Seselj e i suoi deputati l'hanno ripetutamente interrotta e insultata nel modo più volgare. Presente alla seduta, Vucic si è alzato, è andato da Seselj e gli ha urlato in faccia "rispetta questa signora e chiudi il becco".

Pesano sul futuro serbo anche le tensioni ex-jugoslave e balcaniche. Oltre a Vucic, l'unico convinto europeista nella zona è il premier progressista albanese Edi Rama, nemico numero uno per la destra guidata da ex comunisti accusati di corruzione come Sali Berisha, ex vicinissimo del dittatore Enver Hoxha. Altrove, prevalgono altre tendenze. A Zagabria si respira voglia di riabilitare Ante Pavelic, il 'Poglavnik' (Duce) fantoccio dell'Asse nella seconda guerra mondiale e complice attivo dell'Olocausto, cantato dalle rock star e dai rapper locali. In Bosnia-Erzegovina il governo in cui la maggioranza musulmana ha ovviamente un ruolo decisivo affronta il duro leader russofilo della minoranza serba Milorad Dodik. In Montenegro potere e società sono spaccati dopo un fallito golpe, pare ispirato da Mosca. La Macedonia appare ingovernabile con lo scontro eterno tra premier e presidente accusati di corruzione spaventosa contro opposizioni democratiche e minoranza albanese. Infine ma non ultimo, in Kosovo (ex provincia ribelle della Serbia e oggi Stato riconosciuto da molti nel mondo ma non da Israele, Spagna e altri Stati che temono secessioni al loro interno) il governo sembra aver deciso il blocco di ogni dialogo con Belgrado pur danneggiando cosí l'economia. E ha annunciato l'esproprio indiscriminato di ogni proprietà serba. Ecco lo sfondo nel quale una vittoria di Vucic allontanerebbe i fantasmi del passato e andrebbe a vantaggio di Roma, di Berlino e dell'intera Europa.

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